Femminicidio: il lessico della violenza contro le donne in rete
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femminicidio lessico della violenza contro le donne in rete

Femminicidio: il lessico della violenza in rete

Scrivere della violenza di genere è sempre un esercizio pericoloso: la ricerca di un movente reale o supposto rischia di diventare un j’accuse nei confronti della vittima e prendere le distanze dal problema, dipingendone un ritratto sterile, ne minimizza la portata. 

Il fenomeno è in crescita: secondo i dati Istat il numero delle richieste d’aiuto di donne vittime di attacchi da parte di un partner o di un parente durante l’emergenza sanitaria ha subito un incremento impressionante (+114% rispetto al 2019). Inoltre la lista degli omicidi per genere mostra come siano soprattutto gli omicidi di uomini a essere diminuiti in 25 anni (da 4,0 per 100.000 maschi nel 1992 a 0,8 nel 2017), mentre le vittime di omicidio donne sono rimaste complessivamente stabili (da 0,6 a 0,4 per 100.000 femmine). Nel periodo 1 gennaio – 22 ottobre, sono state 96 le donne uccise nel nostro Paese. 

Laura, Manuela, Elena: nomi che ci passano davanti ogni giorno sulle cronache dei notiziari, sulle pagine di giornali, facce che dimenticheremo dopo il caffé, storie che spiegano i pericoli degli affetti, senza che siamo in grado di comprenderli fino in fondo; ma è il racconto che ne viene tratto, la morale della favola, a doverci spaventare veramente: perché se c’è una morte che sopraggiunge dopo l’omicidio, ce n’è anche un’altra, più subdola, più nascosta, più vigliacca che si rinnova ogni giorno.

Femminicidio: storia di un’etimologia controversa

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’origine affonda le sue radici negli anni ‘60 quando nella Repubblica Dominicana le sorelle Mirabal, furono uccise per ordine del dittatore Trujillo. Patria MercedesMaría Argentina Minerva e Antonia María Teresa Mirabal erano delle attiviste che si stavano recando a bordo di un’auto privata in carcere a trovare i loro mariti, detenuti in quanto rivoluzionari. Furono intercettate, costrette a scendere dal veicolo e condotte in un luogo appartato dove vennero giustiziate a bastonate. Ci vollero 40 anni prima che le Nazioni Unite decidessero di dedicare a loro e al loro sacrificio un’intera giornata.

 Il termine “Femminicidio”, invece, fece la sua prima apparizione negli anni ‘90 all’interno di un’opera della docente femminista di Studi Culturali Americani Jane Caputi e dalla criminologa Diana E. H. Russell. Quest’ultima identificò nel femminicidio una categoria criminologica vera e propria: “una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l’esito di pratiche misogine”.

Anche se, è bene dirlo: non sempre è così. Spesso il movente è da ricercare in questioni economiche o personali irrisolte, che poco hanno a che vedere con la “donna in quanto donna” ma piuttosto con l’impossibilità di risolvere un conflitto senza ricorrere alla violenza o con la diseducazione tipica delle famiglie disfunzionali nell’accettazione di una sconfitta, sia essa la fine di un rapporto, la perdita dell’affidamento dei figli o la decisione di rifiutare le norme imposte da compagni o familiari. 

Le donne diventano vittime di femminicidio non perché sono più deboli ma perché sono “ribelli”, eroine con il coraggio di ricostruire, antagoniste della staticità, più forti della violenza dei loro carnefici che mira solo a distruggerle. 

Il termine femminicidio punta i riflettori sulla “questione di genere” ma in realtà il problema è più ampio e riguarda il bivio tra la volontà dell’uomo di ottenere ad ogni costo l’imposizione delle sue condizioni affettive e la libertà della donna.

Due casi a confronto

La storia di Christian Cavaletti

Christian Cavaletti era un artigiano residente a Villanova di Reggiolo; aveva 34 anni quando fu assassinato dall’ex compagna Francesca Brandoli e dal suo nuovo compagno Davide Ravarelli. Il 30 novembre 2006 lo attesero sotto casa e lo colpirono ripetutamente con coltello e martello, dopo che un giudice, poche ore prima, gli  aveva affidato in udienza i due figli avuti con l’ex compagna. Il movente, in questo caso, era da ricercare nel desiderio di Francesca e Davide che erano in attesa del loro primo figlio di investire in un nuovo progetto di vita con tutta la famiglia al seguito.

Christian, che era un uomo giovane e in perfetta salute, è stato reso innocuo da un attacco congiunto dei due che gli hanno tolto la vita senza riservargli alcuna pietà. Francesca, la donna che aveva amato per anni, padrona della sua maison narcisistica, ha premeditato ed eseguito l’omicidio per sottrargli ciò che la legge le aveva tolto. 

L’omicidio di Giulia Balestri

10 anni dopo, nel 2016, viene uccisa Giulia Balestri a Ravenna. La donna, anche lei giovanissima, viene colpita ripetutamente dall’ex marito Mattia Cagnoni per la sua decisione di porre fine alla relazione andandosene insieme ai figli. 

Christian e Giulia sono stati resi indifesi, colpiti barbaramente all’interno di case proprietà, in ambienti da loro considerati sicuri, rei di aver voltato pagina e di aver costruito un nuovo ménage coinvolgendo anche i figli. I loro assassini non accettavano il senso di un abbandono che suonava come una stroncatura, come un affronto per due personalità identificate clinicamente come “narcisistiche”.

I due omicidi sono straordinariamente simili per motivazioni, topografia del fatto, dinamiche relazionali.

Perché il fatto di appartenere ad un genere opposto dovrebbe rendere le loro storie diverse, tanto da attribuire ai due eventi una diversa etimologia?

Semrush: la seo della violenza di genere

L’analisi delle keyword sul femminicidio operata su Semrush ci offre un primo spaccato di ricerca sul tema, dimostrando il grande interesse degli utenti per questo problema sociale di immensa portata.

L’analisi delle keyword sul femminicidio operata su Semrush ci offre un primo spaccato di ricerca sul tema.

  • “femminicidio”: 1.440.000 risultati
  • “femminicidio oggi”: 1.770.000 risultati
  • “femminicidio 2021”: 3.160.000

A confermarlo sono le keyword “femminicidio” associate all’ambiente scolastico e alla ricerca; a dimostrazione di come il fenomeno sia ampiamente dibattuto, studiato e sviscerato anche negli ambienti legati all’istruzione:

  • “statistiche sul femminicidio”: 128.000 
  • “tema sulla violenza sulle donne e femminicidio”: 359.000
  •  “riflessioni sul femminicidio”:  142.000
  •  “tema femminicidio”: 350.000 

Questo ci offre uno spaccato confortante: è opinione comune che una maggiore cultura e informazione sul tema possa portare risultati importanti anche in tema di prevenzione

Approfondire, dibattere e analizzare il fenomeno con i bambini, spiegando le conseguenze emotive e sociali dell’atto li porterà negli anni ad essere adulti più consapevoli. 

Con 170.000 risultati di ricerca, in posizione più bassa c’è “femminicidio cause” che pone in auge una domanda implicita più delicata: è una sfida quasi impossibile da vincere quella di riuscire ad analizzare concretamente online i motivi che portano all’intenzione di commettere questo tipo di crimini.

L’errore che più spesso viene commesso – e ne parleremo a breve insieme – è quello di ricercare una motivazione tangibile nell’atto del “femminicidio”; il rischio è quello di cadere in banalizzazioni e in alcuni casi – i più gravi – a sottointenderne una giustificazione. Le motivazioni sono spesso da ricercare nell’ambiente in cui si consuma il fatto, nell’educazione affettiva impartita all’aggressore, ma soprattutto nel disagio psicologico – spesso invisibile – sviluppato dal soggetto.

Il caso di Alba Chiara: esiste una cartografia del femminicidio?

Alba Chiara Baroni era una ragazza dai lunghi capelli biondi e lo sguardo gentile. Aveva 22 anni quando il 31 luglio del 2018 in una calda giornata a Tenno, dopo aver fumato una sigaretta con il papà, fu uccisa dal suo fidanzato. Il suo assassino, suicidatosi pochi minuti dopo il fatto con la stessa pistola con cui le aveva sparato, faceva parte da anni del corpo dei Vigili del fuoco, per cui era maestro degli allievi, ed era molto amato dalla comunità. «Per le donne qua», ha raccontato Massimo Baroni, papà di Alba Chiara a Giulia Siviero per il Post, «non ci sono molte opportunità, se non quelle di lavorare nel settore alberghiero: eppure Alba Chiara aveva studiato, e faceva la pittrice. Di Mattia si è scritto che era istruttore dei Vigili del fuoco, che era un operaio specializzato, che era stato ad Amatrice e anche dal Papa. Di lui abbiamo letto tutto questo, addirittura che era stato dal veterinario a portare un cagnolino e che quando gli avevano detto che non c’era niente da fare lui era tornato a casa piangendo. Di lei abbiamo letto che era solo una barista».

L’intervista è interessante perché già dall’inizio offre uno spunto di riflessione: perché ci si interroga così tanto su chi fosse l’assassino e sulle possibili cause del suo gesto e così poco sulla vittima? “Più crudele della tragedia che ci colpisce è la tragedia a cui ci illudiamo di essere scampati.” scrive il giornalista Nicola Lagioia nella sua “La città dei vivi”.

Ma c’è un dato ancora più interessante: Alba Chiara e Mattia stavano insieme da 6 anni, avevano una vita serena, stavano andando a vivere insieme. Alcuni amici sostengono avessero delle difficoltà, che lei lo volesse lasciare ma la notizia è impossibile da confermare concretamente perché lei era molto riservata. Il fatto è quasi del tutto assente nei giornali locali e l’omicidio-suicidio viene semplicemente descritto come “una disgrazia”.

Esiste dunque – mi chiedo – una cartografia del femminicidio? Un elenco di definizioni, di schemi, di caratteristiche che debba avere per essere essere definito in quanto tale?

Answer The Public: cosa chiedono le persone

 Answer The Public è un sito che raccoglie, attraverso grafici circolari, tutte le informazioni relative ai suggest di Google (una funzionalità che consiste nel suggerimento di termini o frasi iniziando dall’inserimento da parte di un utente di una parola o di una frase).  L’elenco viene presentato attraverso una serie di domande, preposizioni, comparazioni, correlate e ordine alfabetico che permettono di analizzare le ricerche degli utenti – come un qualsiasi tool seo – adottando un approccio discorsivo – a differenza di qualsiasi strumento dedicato alla search engine optimization.

Se inseriamo la parola “femminicidio” il primo risultato che ci salta all’occhio è “cosa porta al femminicidio?”, abbiamo già approfondito la riflessione sul tema ma vale la pena segnalarlo per sottolinearne la portata. Più confortanti “Perché femminicidio e non omicidio”, “femminicidio come combatterlo” e “come spiegare il femminicidio ai bambini”.

Una riflessione a parte merita la kw “femminicidio per amore” perché ci riporta all’annosa questione: perché continuiamo a cercare delle cause legate alla sfera dei sentimenti per un crimine che appartiene piuttosto alla cultura topografica, all’educazione familiare e ai disturbi del carnefice? 

La morte di Veronica

Veronica Abbate è stata assassinata nella sua Mondragone a 19 anni. Era in macchina con Mario il suo ex fidanzato, quando lui ha tirato fuori la pistola di ordinanza e l’ha freddata come in una vera e propria esecuzione. «La prima cosa che fanno è isolarle per rendersi padroni assoluti di questa persona. Ad esempio, non le era consentito venire a mare con noi, io non potevo fare nulla. Non potevo toglierglielo dal cuore», racconta Clementina Ianniello, madre di Veronica.  «Il Beatrice – hanno riportato nelle loro memorie gli avvocati Claudio e Francesco Sgambato difensori in sede anche civile – era stato, fin da piccolo, uno di quei bambini viziati e capricciosi, intollerante ad ogni regola, insofferente ad ogni impegno e ad ogni forma di responsabilità. Ne è stata prova la scarsa attitudine manifestata verso lo studio; tant’è che il diploma di maturità scientifica era conseguito con il minimo dei voti (61). Pur essendosi iscritto all’università, non era mai riuscito a sostenere alcun esame. Il Beatrice, in sostanza, nelle situazioni scolastiche (ma non solo), non aveva dato mai prova di raggiungere gli obiettivi didattici con la giusta motivazione»

Tuttavia la narrazione che ne viene fatta online è molto diversa: “Veronica vivrà anni di pressioni e soffocamenti, tanto da decidere di lasciare il fidanzato. Mario Beatrice tuttavia non riuscirà mai ad accettare i fatti ed inizierà a sospettare che l’ex fidanzata abbia trovato un nuovo amore. […] Poi per un tragico scherzo del destino Mario, quel giorno ha portato con sé la pistola d’ordinanza e non esita a sparare alla nuca di Veronica, nel momento stesso in cui quest’ultima cerca di allontanarsi dal mezzo”. 

Nella prima parte del testo il sottinteso è molto chiaro: Veronica lascia Mario, s’innamora (o almeno così crede lui) di un altro e per questo è uccisa. La ragione della morte della giovane è che il suo ex era talmente innamorato da non riuscire ad accettare di non essere ricambiato; ma è sul finale che il racconto della storia precipita fino a diventare agghiacciante: “Per un tragico scherzo del destino Mario quel giorno ha portato la pistola di ordinanza”. Il femminicidio è visto dal punto di vista del carnefice: è lui che “per un tragico scherzo del destino” ha con sé l’arma che userà per compiere un gesto che lo porterà in carcere, non Veronica che dopo anni di privazioni viene giustiziata in mezzo alla strada. 

Il Mattino, invece, scrive “Risarcimento di cinquanta mila euro per la famiglia di Veronica Abbate. La ragazza mondragonese, fu uccisa dall’ex fidanzato, Mario Beatrice, nel settembre 2006, a soli 19 anni. Il ragazzo,non era mai riuscito ad accettare del tutto la loro separazione. Più volte aveva infatti tentato di riavvicinarsi alla giovane. Quest’ultima però, aveva sempre rifiutato le sue avances.  Il giovane, al tempo allievo della guardia di finanza, decise così di spararle un colpo alla testa, utilizzando la pistola d’ordinanza”; soprassedendo sulla punteggiatura discutibile, l’analisi delle cause diventa sempre più drammatica: il giovane aveva provato a riavvicinarsi ma lei non aveva ceduto e quindi a lui non era rimasta alternativa che “spararle un colpo in testa”.

E ancora “Una storia fatta di ossessioni, gelosie e violenze, che alla fine avevano spinto Veronica a porre fine alla loro unione. Sul punto di prepararsi per il test di ingresso a Medicina, la ragazza aveva trovato anche un nuovo amore. Mario tuttavia non intendeva perderla senza lottare”: lui è quasi descritto come un eroe romantico che amava così tanto da non poter accettare di “perderla senza lottare”. 

Quasi tutte le narrazioni del fatto “femminicidio” – e le ricerche che ne vengono fatte online – sono fatte dal punto di vista di commette il crimine: un esercizio stilistico che acchiappa clic ma che quasi mai rende giustizia alle vittime di queste immense tragedie.

Stampa: dalla violenza di genere alla violenza a mezzo stampa

Martina Formaini  psicologa, psicomotricista relazionale e psicoterapeuta in formazione,  da anni si occupa anche di violenza di genere e, in merito al tema che stiamo trattando anche noi, ha scritto una lettera aperta ai giornali per “denunciare la narrazione tossica che spesso viene ancora veicolata sui media per riportare casi di femminicidio”. Sul tema lei scrive “Utilizzare espressioni quali: l’ha uccisa perché l’amava troppo, è stato un raptus di gelosia”, ha perso la testa perché non sopportava l’idea di perderla, benché di uso comune, sono fuorvianti. Non fanno che sminuire tali atti di cruda violenza, etichettare e giustificare come amore un qualcosa che con l’amore non ha nulla a che fare. Espressioni come queste non chiariscono che la violenza viene usata e agita per affermare il dominio e il possesso maschile sulla donna.

La tragedia di Elisa Pomarelli

Il 25 agosto 2019 Elisa Pomarelli e il suo presunto amico Massimo scompaiono: lui verrà trovato in vita, lei no. Dopo un pranzo insieme sulle colline piacentine Massimo ucciderà Elisa, ne occulterà il cadavere prima di nascondersi alla cattura. 

Il Giornale parlerà di lui come di un “gigante buono”, titolando “Strangolò Elisa per un no: 20 anni a Massimo Sebastiani”. La vittima raramente offre il suo punto di vista nella narrazione, spesso scompare e anche quando è presente, viene usata all’unico scopo di spiegare le azioni di chi poi effettivamente commette il crimine. Non si legge che “Massimo ha strangolato Elisa perché carnefice senza anima” ma “Massimo ha strangolato Elisa perché lei lo aveva rifiutato”.

Il Mattino titola “Elisa Pomarelli, uccisa dall’amico respinto”: utilizzare il termine “amico” in riferimento ad un femminicidio è molto pericoloso. L’amicizia appartiene alla sfera dei nobili sentimenti e chi legge è portato ad umanizzare l’assassino, giustificandone le gesta per un inconscio meccanismo di identificazione. Siamo tutti amici di qualcuno, tutti abbiamo sperimentato le implicazioni emotive di un sentimento del genere: tutti sappiamo il dolore che può causare ricevere un rifiuto da una persona di cui ci fidiamo ciecamente. 

Fidanzati, compagni, mariti possono tradire, possono metterci da parte, possono rifiutarci; gli amici no. Almeno questo è quello che ci insegna la società.

 “Un assassino – raccontava Angela Romanin, la responsabile della formazione della Casa delle donne di Bologna – in un caso di cronaca veniva chiamato ‘fidanzatino’ su tutti i giornali. Le vittime di violenza spesso vengono denudate e stuprate una seconda volta”.

 “A volte – aggiunge Nadia Somma autrice del libro “Le parole giuste” – la narrazione segue  lo schema secondo il quale  il carnefice era buono, poi arriva il fulmine a ciel sereno e lui ammazza la donna.  In altre circostanze la ricostruzione della violenza spinge all’empatia verso quel pover’uomo che una donna egoista ha deciso di abbandonare. La vittima viene raccontata come una donna che si separa, toglie i figli al marito, i soldi, la casa.” 

Online il problema è legato soprattutto ai titoli e dipende sostanzialmente dai banner pubblicitari. Più volte clicchiamo sull’articolo, più il giornale incassa. Più il titolo risulta “intrigante”, “attrattivo”, “misterioso” più saremo spinti ad approfondire il tema (restando spesso delusi dalla banalità dei contenuti). Bisognerebbe fare un esercizio, tutti i giorni, per la nostra cultura, per tutte le vittime di violenza di genere, per i nostri figli e il bene della società che gli stiamo lasciando: resistiamo alla tentazione. Quando leggiamo “L’ha uccisa per un no” o “L’ha uccisa perché lei aveva voltato pagina” non clicchiamoci sopra. 

Combattiamo contro la psicologia criminale che si trova dietro queste improbabili ricostruzioni. Resistere per non uccidere, resistere per rendere il web un posto migliore in cui navigare. 

Social e Community Management: gli errori da backend

Gestire i social media e le discussioni all’interno delle comunità social è una delle pratiche più difficili e frustranti, quando parliamo di “femminicidio”. Su Facebook come su Twitter (per citare due social su cui si innescano spesso dibattiti su argomenti molto delicati) il social media manager (che è spesso anche il moderatore) deve produrre un lancio di notizia che sia accattivante e descrittivo, senza però esaurire l’informazione sulla notizia (altrimenti chi leggerebbe l’articolo?) e, in un secondo momento, dovrà moderare le discussioni che si innescheranno tra gli utenti. 

Una delle pagine che ho sempre trovato tra i punti di osservazione più interessanti sul tema è quella de La Repubblica. Parliamo di Elena Casanova: una donna bresciana che aveva avuto una relazione chiusa da poco. Una sera tornando a casa è stata intercettata dal suo ex che ha rotto a martellate il finestrino della sua auto, l’ha trascinata fuori e l’ha finita con la stessa arma. Potendo cambiarlo, il social media manager ha deciso su Facebook di lasciare lo stesso titolo prodotto dal giornalista che ha raccontato la notizia (sapete che su WordPress c’è uno snippet apposito per cambiare il titolo e la description?) “Femminicidio nel Bresciano, ‘Ho detto che l’avrei fatto e l’ho fatto’: così Elena Casanova è stata uccisa dall’ex”: il punto di vista – vale la pena sottolinearlo ancora una volta – è quello dell’assassino ed è chiaramente acchiappaclic. L’utente si trova inchiodato di fronte ad una domanda: “perché l’ha fatto?”. 

Nel lancio della notizia, però, il punto di vista cambia radicalmente: “…Elena Casanova era appassionata di arte, animali e storia, già impegnata in campagne ambientaliste a livello locale, lavorava come operaia. Dei suoi problemi con Galesi sapevano gli affetti più stretti, compresi il fratello e l’ex marito che si sono precipitati sul posto e hanno assistito sgomenti ai rilievi dei carabinieri”; finalmente si parla di Elena.

Non è tutto: ora ci troviamo di fronte ad un annoso dilemma: i commenti più “spinosi” vanno censurati? E se sì, quali? Un utente scrive: “Secondo me bisognerebbe studiare di più questi casi: si può gridare al mostro finchè ci pare ma in realtà sono persone che, col loro gesto, si rovinano la vita per sempre (ben difficile che non siano identificati). Significa che l’odio verso una donna supera tutto, anche la propria vita! Significa che una persona è disposta, per orgoglio e rabbia, a rinunciare per sempre alla sua vita… non è logico! O la loro vita è un incubo oppure sono obnubilati dall’odio… la loro testa non può funzionare bene! Serve dunque comprendere meglio e prevenire con delle cure!”; considerazioni di questo genere sono molto pericolose e un social media manager consapevole sa che probabilmente innescheranno una discussione che potrebbe degenerare in ulteriori commenti sgradevoli, anche volgari. 

Il problema, tuttavia, non è da sottovalutare: sui social le interazioni aumentano la visibilità; più commenti, condivisioni, like ha un articolo, maggiormente sarà letto. Inoltre una community soggetta a una censura continua smette di interagire e la pagina perde in questo modo la sua linfa vitale. Non è forse il caso di pagine come quella de La Repubblica, ma quelle con un bacino minore si trovano di fronte a questo dilemma ogni giorno. 

Si legge ancora “carcere preventivo e lobotomia per rendere innocui gli stalker che tanto prima o poi raggiungono il loro scopo omicida, mettere fine a questo scempio di donne massacrate”, legislativamente dovremmo chiederci: come possiamo decidere quali stalker con un adeguato sostegno psicologico si reinseriranno in società e quali diventeranno killer? Il tema è delicato e l’incitazione all’odio è terribilmente attraente. 

Sulla pagina de Il Giornale in merito alla morte di Michela Di Pompeo, il social media manager ha scritto “L’ha uccisa perché accecato dalla paura di perderla”; o su quella di Sonia Lattari “Un altro #femminicidio, stavolta in provincia di #Cosenza. È stata una #lite a scatenare la furia che ha ucciso” corredando l’articolo di una foto della vittima con il carnefice abbracciati e apparentemente felici, quasi come a voler sottintendere che il femminicidio fosse il prodotto di una tragica fatalità.

Elena: uccisa da “un amico”

Una menzione a parte merita un post social con un link ad un articolo dal titolo “Va tenuto a distanza l’uomo che equivoca le nostre intenzioni”; il lancio riporta semplicemente “Un femminicidio sui generis” (Il Giornale). Si parla della storia di Elena “uccisa da un suo amico” e rea di non aver colto i messaggi che lui le stava mandando. Sotto al post si è generata una shit storm di dimensioni consistenti.

 Gli utenti hanno scritto “Non vi si può neanche definire, continuate a spostare la responsabilità sulla vittima. Aspettavi una stroncatura di Michela Murgia” o “Le parole dovrebbero avere un peso ed un valore, specialmente per giornalisti e scrittori! Basta addolcire la pillola agli assassini che commettono violenza sulle donne e soprattutto basta uccidere due volte le persone che già sono vittime di una cultura patriarcale che va debellata a cominciare da una sana educazione nelle scuole!” e ancora “Articolo penosamente confuso, che usa una psicologia spicciola e superficiale. Non scritto male ma perde ogni valore nella mancanza di rispetto verso la donna. Drammaticamente firmato, quindi presumo scritto, da una donna… Inqualificabile.” Nessuna risposta istituzionale, nessuna rimozione del post, solo un silenzio colpevole e per certi versi criminale – secondo me. 

Un buon moderatore deve sì prevenire, ma anche intervenire quando la situazione degenera improvvisamente. Non si può pensare di svolgere questo lavoro senza impegnarsi per rendere i social un posto migliore. Trascorriamo ormai più tempo connessi a queste piattaforme che a leggere libri o a godere dell’aria aperta: è nostro dovere salvaguardare questo spazio pubblico

Per chiudere l’argomento, dando forza alle considerazioni che abbiamo appena prodotto, vorrei citare un commento apparso sulla pagina di Libero. La storia è quella di Rita Amenze, una donna uccisa a colpi d’arma da fuoco a Noventa Vicentina dall’ex marito Pierangelo. Nella foto è evidente la differenza culturale: lei nera, lui bianco. Lei nigeriana, lui italiano. Un utente scrive “Posso dire: donne e buoi, dei paesi tuoi”. Il commento incivile è ancora lì, da 9 settimane. Rita, no. 

Femminicidio: la vita dei colpevoli dopo il fatto 

Un’ultima riflessione merita una corrente di interesse sociale molto curiosa: gli utenti appaiono naturalmente attratti dalla vita dei colpevoli dopo il carcere. A dimostrazione di quanto appena detto, quest’anno ha visto la luce una trasmissione televisiva “Che fine ha fatto Baby Jane?” firmata dalla giornalista Franca Leosini, celebre per il format di successo “Storie Maledette”.  

Il programma si pone come obiettivo ambizioso proprio quello di raccontare l’esperienza vissuta dai protagonisti, com’è cambiata la loro vita e cosa fanno dopo aver scontato la pena in carcere. Online si trovano numerosi articoli con titoli del calibro di “Erika ha una nuova vita, si è sposata lasciandosi tutto alle spalle”, “Ho solo ammazzato mia moglie, ora mi rifaccio una vita” o “La nuova vita del pescarese Ciancabilla a 35 anni dal giallo Alinovi”.

Su Google è sorprendente il numero di ricerche associate a “Nome-Assassino che fine ha fatto?” o “Nome-Assassino cosa è successo dopo il carcere”; sui social la moderazione è del tutto assente ma una speranza ci viene offerta da un utente di La Repubblica che pubblica un pensiero che condividiamo: “Sarebbe stato opportuno e doveroso mantenere il riserbo su quest’evento per rispetto di tutti e soprattutto del percorso intrapreso dai protagonisti di una vicenda che ha attirato fin troppa morbosità”.

La legge italiana prevede che dopo il regime detentivo per gli assassini ci sia un graduale reinserimento in società. Giusto o sbagliato che sia, questo dice il nostro diritto. Il sipario, però, non cala quasi mai del tutto e questo oltre ad essere sbagliato per i colpevoli, lo è ancora di più per le vittime e i loro genitori, i loro figli: le vittime vengono uccise dalla stampa e dai social altre 10, 100, 1000 volte; la loro storia rimane intrappolata nel crimine che hanno subito: ricordiamo sempre di più come sono state uccise, come i loro assassini hanno potuto voltare pagina e sempre meno i loro occhi, quasi mai – è il caso di dirlo – le loro passioni.

Conclusioni: uno scenario diverso è possibile?

Sono oltre 1 milione le persone che si sono connesse ad internet per la prima volta nel corso del 2020, un incremento del 2,2% che ci ha fatto superare la soglia dei 50 milioni. Sul fronte delle piattaforme social abbiamo raggiunto quota 41 milioni. Il web è diventata la nostra seconda casa e abbiamo bisogno di arredarla nel migliore dei modi perché diventi un luogo sereno in cui trascorrere il tempo libero e – perché no? – riflettere su temi importanti come l’educazione, i sentimenti e la vita in generale.

Chi lavora nell’universo 2.0 ha la responsabilità di scavare a fondo prima di riportare fedelmente un fatto, senza lasciarsi andare ad assurde banalizzazioni o utilizzando le parole per innescare discussioni violente al solo scopo di aumentare la visibilità dei post sulle piattaforme social.

Oggi abbiamo bisogno di un approccio diverso su temi come il “femminicidio”; abbiamo bisogno che le storie di Giulia, di Elisa e di Veronica vengano ricordate e facciano da monito per le generazioni future; abbiamo bisogno di umanizzare le vittime (e non gli assassini), di renderle reali, vicine a noi per comprendere come, non saper leggere i segnali di un affetto sbagliato, possa portarci su una via senza ritorno. 

Abbiamo bisogno, infine, di moderare le conversazioni su temi delicati come la violenza di genere per permettere un dialogo democratico ma costruttivo; di abbattere muri, superare ostacoli e scavare in profondità perché questo, alla fine, è l’unico modo per sperare che un giorno la prevenzione diventi realtà.

 

 

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